Un mondo senza l’italiano…

La giornata del 25 marzo è stata dedicata al ricordo di Dante Alighieri, a 700 anni dalla sua morte. Per questa ragione ho pensato di scrivere un articolo in onore dell’italiano, che deriva dall’antica lingua fiorentina resa celebre dall’opera letteraria del Sommo Poeta.

Per quanto mi riguarda, “frequento” l’italiano scritto soprattutto per passione e non per professione: sul piano della scrittura creativa, amo la mia lingua d’origine poichè le riconosco un’innata, superba capacità di dipingere paesaggi mentali ed emotivi come solo il pennello di un grande pittore sarebbe in grado di fare. Non ho studiato l’italiano a livello accademico, quindi non posso certo affermare di conoscerlo in maniera approfondita e di saperlo scrivere in modo impeccabile. Mi capita spesso di dovermi confrontare con le sue complicazioni grammaticali e sintattiche, e non sempre riesco ad aggirare con scioltezza i “tranelli” che è in grado di tendermi! Dover affrontare queste difficoltà, però, rappresenta per me un utile allenamento, una sfida ad esprimermi nella maniera più chiara possibile in ogni occasione, domandandomi se ogni frase che scrivo possa apparire del tutto comprensibile a chiunque la leggerà (anche, ad esempio, a uno straniero che conosca l’italiano solo in maniera approssimativa!). Certo, l’obiettivo di risultare comprensibile a tutti è forse un po’ troppo ambizioso, ma rende l’idea di quanto l’italiano abbia per me un valore quasi introspettivo: nel tentativo di comunicare sempre meglio ciò che penso e che provo, divengo sempre più consapevole di tutto ciò che si agita dentro di me, non solo nella mia mente ma anche nella mia anima…

Capirete quindi quanto sia dispiaciuta nel constatare lo svilimento che colpisce ormai da tempo la nostra lingua, purtroppo aggravato dall’abnorme sviluppo dei social network, che ci stanno sempre più abituando a comunicare in maniera svelta e sgrammaticata. L’italiano è una lingua complicata e forse poco pratica, dunque non facilmente adattabile alle esigenze della contemporaneità, tuttavia non è accettabile il fatto che i nostri adolescenti siano sempre meno capaci di esprimere in maniera corretta dei pensieri anche molto semplici. E purtroppo il problema non riguarda solo i giovani o gli anziani che non hanno potuto istruirsi: un uso sgrammaticato dell’italiano, infatti, è ormai prerogativa di molte persone che potrei definire “insospettabili”, considerando gli studi che si presume abbiano alle spalle e i ruoli che talvolta ricoprono. Quante volte, ad esempio, mi è capitato di imbattermi, anche su libri di case editrici importanti, in una “e” senza accento “spacciata” per voce del verbo essere? La costante, convinta ripetizione di questo refuso mi induce a credere che non si tratti di una semplice svista, bensì di un vero e proprio errore grammaticale… un errore che potrebbe apparire non grave ma che, da solo, può rendere difficoltosa la comprensione di un’intera frase!

Parli italiano

Molti ritengono che, almeno a livello letterario, l’italiano sia senza dubbio una delle più belle lingue del mondo. Non so dire se ciò sia vero, e forse solo uno scrittore o un letterato, italiano o straniero che sia, sarebbe in grado di portare argomenti concreti a sostegno di tale affermazione. E’ comunque magnifico e misterioso il modo in cui l’italiano – nonostante la sua scarsissima diffusione internazionale – riesce a far innamorare di sé persone provenienti dai più remoti angoli del globo! Recentemente ho sentito il desiderio di rileggere, per la prima volta dopo diversi anni, “Mangia Prega Ama”, splendido racconto autobiografico della giornalista e scrittrice americana Elizabeth Gilbert. Ancora una volta ho trovato delizioso il trasporto amorevole con cui l’autrice parla della nostra lingua. In uno dei paragrafi dedicati al viaggio in Italia da lei intrapreso dopo essersi gettata alle spalle una vita solo in apparenza perfetta, Liz scrive infatti:

«L’aspetto interessante della mia classe d’italiano è che nessuno ha davvero bisogno di essere qui. Siamo in dodici, di tutte le età, provenienti da tutte le parti del mondo, ma ciascuno è venuto a Roma spinto dallo stesso desiderio – studiare l’italiano per il solo piacere d’impararlo. Nessuno di noi può affermare di trovarsi qui per uno scopo pratico. […] Scoprirò nei prossimi mesi che non a caso l’italiano è una delle più belle e affascinanti lingue del mondo. Bisogna sapere, prima di tutto, che un tempo in Europa c’era una confusione assordante di innumerevoli dialetti derivati dal latino che, a poco a poco, attraverso i secoli, si sono organizzati in diverse lingue – francese, portoghese, spagnolo, italiano. In Francia, in Portogallo e in Spagna c’è stata un’evoluzione organica: il dialetto della città più importante è diventato la lingua dell’intero Paese. Quello che noi oggi chiamiamo francese deriva dal dialetto parigino medievale. Il portoghese è il dialetto di Lisbona. Lo spagnolo è essenzialmente madrileno. E’ la vittoria delle capitali. Per l’Italia è andata diversamente. La differenza principale sta nel fatto che per un lunghissimo periodo l’Italia non è stata un Paese unito. L’unificazione è avvenuta solo nel 1861; fino ad allora la penisola era stata divisa in città-stato in guerra tra loro, dominate da principi locali o da potenze straniere. […] Buona parte della popolazione non amava i conquistatori europei, ma c’era sempre la massa apatica che sapeva dire solo: “O Franza o Spagna, purchè se magna”. Questa situazione interna ha fatto sì che l’Italia non fosse mai unita e gli italiani nemmeno. Non c’è da meravigliarsi, allora, che per secoli gli italiani abbiano parlato e scritto in dialetti tanto diversi da risultare reciprocamente incomprensibili. […]

Nel XVI secolo, alcuni letterati italiani si sono riuniti e hanno deciso che era un’assurdità. La penisola italiana doveva avere una lingua italiana, almeno nella forma scritta, che tutti avrebbero accettato e compreso. Così questi intellettuali, con un procedimento che non ha eguali in Europa, hanno scelto il migliore tra tutti i dialetti locali e l’hanno eletto a lingua ufficiale. Per trovare il più bel dialetto d’Italia sono dovuti tornare indietro di duecento anni, fino alla Firenze del XIV secolo. E’ stato deciso che da quel momento in avanti la vera lingua italiana sarebbe stata quella di Dante Alighieri.

Dante Alighieri

Quando Dante, nel 1321, aveva descritto nella “Divina Commedia” il suo viaggio immaginario attraverso l’inferno, il purgatorio e il paradiso, il mondo letterario dell’epoca si era stupito che la lingua del poema non fosse il latino. Dante aveva la percezione che il latino fosse una lingua corrotta, elitaria e che il suo uso negli scritti letterari trasformasse “la letteratura in meretricio”, ovvero in qualcosa a cui solo le classi privilegiate e colte potevano accedere. Dante invece si era rivolto alla strada, aveva scelto il fiorentino parlato nel quotidiano e, come Boccaccio e Petrarca, lo aveva usato per scrivere la propria opera. La nuova scuola poetica divenne nota come “dolce stil novo”, secondo la definizione data da Dante stesso nel “purgatorio”. Dante aveva usato la lingua del popolo modificandola come avrebbe fatto poi Shakespeare con l’inglese elisabettiano. Ed è per questo che quel gruppo di studiosi italiani avrebbe deciso, due secoli dopo, che l’italiano di Dante dovesse rappresentare la lingua ufficiale della penisola. Un po’ come se un gruppo di docenti di Oxford avesse stabilito, all’inizio del XIX secolo, che da quel momento in avanti tutta l’Inghilterra dovesse parlare come Shakespeare. E la cosa avesse funzionato!

L’italiano che parliamo oggi non è dunque il romano o il veneziano (anche se Roma e Venezia sono state potenze militari e mercantili) e nemmeno, in assoluto, il fiorentino. E’, essenzialmente, il “dantesco”. Nessuna lingua europea ha un’ascendenza altrettanto nobile. E forse nessuna lingua più di questo italiano fiorentino del XIV secolo è mai stata concepita in una forma così adatta a esprimere le emozioni umane né arricchita dai contenuti di un poeta tanto geniale. Dante ha scritto la “Divina Commedia” in “terza rima” (il primo verso fa rima con il terzo e il secondo dà la rima al primo e al terzo della terzina successiva) regalando alla lingua popolare fiorentina il ritmo di quella che gli studiosi chiamano “terzina incatenata”, che ancora oggi vive nelle rapide e poetiche cadenze dei tassisti, dei macellai, dei funzionari comunali. L’ultimo verso della “Divina Commedia”, in cui Dante descrive la visione di Dio stesso, è la rappresentazione di un sentimento comprensibile da chiunque abbia familiarità con il cosiddetto italiano moderno. Dante scrive che Dio non è soltanto una fulgida luce ma è anche, soprattutto, “l’amor che move il sole e l’altre stelle”… Non c’è da stupirsi che io voglia imparare questa lingua».

Ringrazio l’entusiasmo e l’accuratezza con cui Liz, una donna americana, ha descritto l’origine ed evocato la grandezza della nostra lingua, da noi così poco stimata… Che altro posso aggiungere alle sue parole appassionate? Non so se l’italiano sia la lingua più bella del mondo, ma di certo un mondo senza l’italiano sarebbe triste come un tratto di mare in inverno, al quale un dio geloso avesse sottratto il garrito squillante e generoso dei gabbiani.

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