Streghe d’Italia – “Belle ragazze” del Veneto

“Bele Butele”, ovvero “Belle Ragazze”. Proprie della tradizione veneta, queste streghe hanno un nome capace di ingannare. Quando si mostrano in veste umana sono donne bellissime, ma la loro vera natura è ben diversa: hanno zampe caprine o equine, braccia di scimmia e orecchie lunghe.

A parte qualche caso sporadico, come quello di Francesco Barozzi, matematico ed esoterista vissuto a Venezia nel sedicesimo secolo, fatture, magie e stregonerie erano, nel territorio veneto, ad esclusivo appannaggio delle donne. Il lascito alle giovani streghe, eredi della tradizione familiare, si compiva generalmente la notte di Natale: era questo il momento privilegiato nel quale la madre o la nonna trasmetteva simbolicamente tutto il suo sapere alla figlia o alla nipote.

Contrariamente alla tradizione, le streghe della Serenissima, o quelle che si ritenevano tali, non professavano culti satanici con la pratica di malefizi mortali, sabba e orge demoniache, ma si limitavano per lo più a piccole magie e fatture “casalinghe” riguardanti la salute oppure i tormenti amorosi.

Alcune presunte streghe erano anche cortigiane: vi era la convinzione che sapessero realizzare fatture e incantesimi affinché gli uomini si innamorassero di loro; per far brillare i loro occhi e renderli ammalianti, vi versavano una goccia di collirio composto da succo d’arancia e infuso di belladonna.

Strega

Queste fattucchiere sarebbero rimaste anonime se il Tribunale dell’Inquisizione non si fosse accanito nella caccia alle streghe. Fortunatamente, grazie alla storica avversione del governo veneziano nei confronti della Chiesa di Roma, nessun rogo fu mai acceso nel territorio della Serenissima e le torture vennero applicate in pochissimi casi.

Oltre alle streghe in carne ed ossa, nella tradizione veneta trovano spazio anche streghe incorporee: note come “anguane”, nell’immaginario popolare queste erano creature legate per lo più all’elemento acqua.

Storie sulle anguane si tramandano soprattutto nelle regioni pedemontane e montane del Veneto, ma queste creature fatate si ritrovano anche – con il nome di “agane” – nelle tradizioni friulane, carniche e ladine dolomitiche. Leggende sulle anguane sono attestate anche nel territorio romagnolo.

L’antico termine utilizzato per designare queste creature è reperibile nel “De Jerusalem celesti”, opera scritta da Frate Giacomino da Verona nel tredicesimo secolo. Le anguane sono inoltre presenti nella celebre, e antichissima, “Saga dei Fanes”, racconto mitologico delle Dolomiti, conosciuto soprattutto nella versione scritta da Karl Felix Wolff nel 1932.

Generalmente le anguane sono rappresentate come spiriti della natura affini alle ninfe del mondo romano. Alcuni racconti le descrivono però come donne dei boschi dedite ad un culto pagano fuso con tradizioni sciamaniche, ancora vive in Friuli e in Carnia almeno sino al diciassettesimo secolo. Vengono raffigurate talvolta come giovani donne attraenti e in grado di sedurre gli uomini, tal altra come creature simili a sirene, capaci di lanciare forti grida (in Veneto esisteva, fino a poco tempo fa, il detto “sigàr come n’anguana”, “gridare come un’anguana”). Secondo altri racconti sono invece delle anziane magre e spettrali, oppure ancora sfuggenti figure notturne che si dileguano sempre prima che chi le incontra sia in grado di vederne il volto…